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Reate Festival: intervista a Bruno Cagli e Renata Scotto

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Professor Cagli, molte giovani voci continuano a venire nel nostro paese con l’intento di formarsi e attingere alla fonte. E le ‘nostre’ voci? “Io credo che la natura continui a fare il suo corso e che le voci ci siano, ma il problema principale è la formazione, la tecnica vocale. Un tempo i cantanti nascevano nelle cantorie delle chiese, anche i compositori spesso da bambini cantavano in una scuola di canto. Era un modo per predisporre la voce. Oggi, sembrerà paradossale, ma viviamo in una società antimusicale. Siamo bombardati da musica registrata ma siamo in realtà in un contesto musicofobica in cui il rapporto con la musica è passivo. Forse per questo escono meno voci. E poi dispiace dirlo, ma le strutture oggi preposte alla formazione del cantante sono spesso carenti. Inoltre è fondamentale la scelta del repertorio e la salvaguardia della propria personalità vocale. La crisi è tale che un giovane un po’ dotato viene spesso forzato a ruoli vocali per cui è inadatto”. Crisi di scuola, quindi? Non basta essere stato grande cantante per saper insegnare e d’altra parte non è detto che l’insegnante bravo sia ‘in pectore’ un grande cantante. L’importante, a mio avviso, è che l’insegnante conosca la tecnica del canto sul proprio fisico. Non può limitarsi a trasmettere dei concetti astratti. Dalla sua esperienza trova che i problemi principali siano di carattere tecnico? Si, sono di carattere tecnico. Oggi c’è una grande crisi, non si trova un baritono per fare un ruolo verdiano, i mezzosoprani sono scomparsi, i bassi profondi sono rarità. Succede allora che un giovane che abbia un minimo di dote sia portato subito alla ribalta. Il problema della salvaguardia della propria personalità vocale, il problema del repertorio, è fondamentale, coinvolge il cantante e coloro che lo gestiscono. A volte mi arrivano notizie di offerte improbonibili da parte di agenti e direttori artistici, ma per un giovane è molto difficile dire di no. Succede allora che i cantanti vengano spinti a cantare repertori non adatti per la voce con il risultato di carriere sempre più di breve durata. Qual è il progetto didattico di Opera Studio? “Incentriamo tutto su Renata Scotto, che è affiancata da Anna Vandi per la tecnica vocale applicata al repertorio e da Cesare Scarton che cura la dizione, l’arte scenica e la regia degli spettacoli che realizziamo. Opera Studio è un progetto in continuo ampliamento che ci sta dando grandissime soddisfazioni. Dei circa duecentocinquanta allievi che in questi cinque anni hanno frequentato i corsi, molti sono già in carriera. Per citarne qualcuno il soprano Jessica Pratt, che ha già cantato alla Staatsoper di Vienna e alla Opernhaus di Zurigo, il soprano Grazia Doronzio, che è stata selezionata per il progetto “Young Artists” del Metropolitan di New York, e il tenore Antonio Poli, che fa parte dello “Jugendensemble” della Semperoper di Dresda. Quali dunque gli obiettivi di Opera Studio? “Puntiamo ad una formazione che possa creare cantanti consapevoli, in grado anche di resistere a proposte lusinghiere ma talvolta inadeguate al proprio profilo vocale. E’ difficile, ma saper discernere ciò che è più adeguato alla propria voce è indispensabile per non bruciarsi in pochi anni. Prima di realizzare Opera Studio ho avuto il piacere di scritturare Renata Scotto come interprete e posso dire che ancora oggi potrebbe salire sul palcoscenico, se lo volesse. Il grande cantante declina il verbo ‘durare’”. Intervista a Renata Scotto - Le tre sessioni l’anno di circa un mese ciascuna di Opera Studio riportano Renata Scotto periodicamente in Italia, mentre a New York, dove risiede con la famiglia, insegna alla Juilliard School of Music e al Metropolitan Opera nell’ambito del progetto “Young Artists”. Attiva a tempo pieno nell’insegnamento? “Sono tanti anni che mi dedico all’insegnamento; quello che più mi interessa è lavorare sull’interpretazione e far capire ai giovani la differenza stilistica tra un compositore e l’altro”. E’ veramente possibile scindere la tecnica dall’interpretazione?. No, le due cose vanno insieme. Solo che prima è necessario acquistare una tecnica vocale e quindi si ha bisogno di capire cosa fare con questo strumento che è la voce. Uno strumento che di natura può essere bellissimo, in altri casi meno. Attraverso la tecnica anche chi ha una voce meno bella, può migliorare la qualità del suono, ma anche per chi ha una bella voce di natura, non è abbastanza. Bisogna capire la respirazione e l’appoggio del suono, bisogna avere la base prima di studiare l’interpretazione. È come imparare a scrivere, Poi dipende dall’intelligenza. Il talento non è solo la bella voce, è anche capire come utilizzarla. Studiando la pagina musicale poi, si comincia ad entrare nello spirito di una composizione. C’è una progressività nell’approccio al repertorio? Si, certo. A volte arrivano cantanti con una bella voce che iniziano cantando Puccini. E questo è un grande errore, perché a Puccini si arriva. Si parte dal Belcanto, come nella musica strumentale si parte da Bach. Come si svolge il lavoro nelle sessioni di Opera Studio? “Innanzi tutto le nostre audizioni sono molto severe e teniamo conto anche dell’età: salvo eccezioni preferiamo cantanti già formati tecnicamente, di solito intorno ai 25 anni. Poi lavoriamo sulla formazione. A mio avviso è essenziale partire dal belcanto, Rossini, Donizetti e Bellini, e arrivare dopo a Verdi e Puccini. Quando non è chiaro questo percorso, si rischia di far mancare le basi della conoscenza stilistica e anche di danneggiare la voce. Il lavoro non è necessariamente finalizzato al concerto ma se i ragazzi danno dei risultati buoni li mettiamo davanti al pubblico e questo ci permette di capire meglio come reagiscono. Generalmente con noi svolgono almeno tre sessioni; abbiamo poi la possibilità di sostenere alcuni di loro con borse di studio; questo ci permette di tenerli finché ci sembrano pronti ad affrontare la carriera”.
 
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